venerdì, dicembre 16

Nuvole tra le mani


Deve arrivare un momento nella vita, e deve essere un momento propizio della propria storia personale, per imbattersi in un libro che ti dice che no:
”Non era una cucina di campagna, piena di luci, di ombre e di colori scuri che sembrano strappati alla terra, alla corteccia degli alberi o a vecchi intonaci screpolati dal tempo. No, era una di quelle cucine che completano gli appartamentini di città, ristrutturati e “rimodernati”, come dicono negli annunci, dove tutto è nascosto in armadi bianchi, dove i muri sono rivestiti di piastrelle bianche fino a mezza altezza; una cucina che sembra voler apparire come un laboratorio o come una sala operatoria”.
Cosa nascondiamo tutti noi in chirurgici armadi bianchi, dietro le linee sempre più asciutte e fredde che sono ormai lo stile imperante delle nostre case borghesi? Alice Rivaz, in Nuvole tra le Mani ce lo svela: un lenta, inesorabile sfocatura, che come in un aberrazione ottica fa scivolare la nostra vita reale lontano dal suo centro naturale, creando angoscia e alienazione. “Essere” e “dover essere” appaiono e scompaiono freneticamente, come in quelle vecchie cartoline che sembrano muoversi quando cambiamo l’angolo visuale. I personaggi del libro, lo svelano e lo esprimono in ogni loro azione, anzi in ogni stato interiore che la Rivaz rende continuamente, senza mai cadere nell’introspezione didascalica. La sua tecnica infatti è tutta fondata sull’utilizzo del punto di vista e sul perfetto equilibrio tra sguardo sul presente, lampi di memoria involontaria e proiezioni nel futuro. Quanta ed eccelsa letteratura femminista ha espresso l’ambiguità del linguaggio e la violenza sottesa all’educazione ad esso. Pensiamo a “Simultan” di Ingeborg Bachmann, alla lacerazione dagli istinti creata dalla capacità simbolica ed espressiva che fa sempre il gioco dell’ordine sociale dominante maschilista. La donna quindi in uno stato sospeso e sofferto, nella costrizione di una lingua che non sente come propria in maniera completa. Guardiamo come la Rivaz esprime in modo lieve ma esaustivo questo disagio sulle parole, quando Madeleine parla della presenza “pesante” di Alain:
“Ma era tipico di Alain mettersi in mostra davanti a lei e di sbalordire tutti. E inoltre bisognava fare i conti con i campi di lavanda- quella sì che era una preoccupazione - poi con una stella appena scoperta. E con le forze telluriche. Oppure improvvisamente con il tramonto delle nazioni di razza bianca. A questo egli teneva particolarmente. Così la cucina era sempre piena da scoppiare. E nessuno, eccetto lei, avrebbe potuto davvero immaginare quel che Alain era stato capace di metterci. Lei non poteva spostare un vaso, una bottiglia d’olio, o abbassarsi per raccogliere un mucchietto di spazzatura senza trovare dappertutto le tracce che le parole del marito avevano lasciato. Che invasione!”
Ancora sensazioni semplici: cucine, scuri di finestre che si aprono e si chiudono, nessun sermone moralistico. Neppure nel tema che fa correre il maggiore rischio di caduta di stile la Rivaz finisce nella trappola della spiegazione o dell’utilizzo strumentale dei personaggi come marionette di un filosofo nascosto dietro le quinte. Parliamo del rapporto tra Saintagne e il suo impiego in ufficio, uno degli stereotipi massimi di certa narrazione contemporanea. La figura dell’ uomo incatenato ad un lavoro impiegatizio, ripetitivo e mediocre che sogna il colpo d’ala. L’attesa vana ed eterna di quel coraggio che gli faccia cambiare vita, portandolo addirittura ad unirsi alla guerra di Spagna, è solo un pretesto per parlarci ancora della complessità delle vicende umane e della inesplicabilità delle relazioni. Saintagne e Lorenzo rivali ma compagni di prigionia in ufficio, rappresentano il conflitto meglio riuscito del libro; il primo è l’alienato classico del ‘900, l’uomo che costruisce una favola consolatoria sulla propria codardia: il lavoro, la responsabilità verso il figlio, l’ impossibilità di farsi comprendere dalla moglie, i 150 franchi per il parto, e tutti quei pretesti utili a giustificare il proprio squallore al cospetto una cosiddetta “vera vita” del tutto immaginaria. Lorenzo è invece la sfrontatezza fisica, la pigrizia e la bellezza che ci spiegano, con il loro successo, tutta l’ ingiustizia della vita. Amore e sogni tra Santaigne e Christiane Auberson, realtà spicciola e cruda tra Lorenzo e la donna contesa. C’è un passo nella parte finale nel libro, in quello che sembra l’epilogo della tormentata storia di insoddisfazione del nostro Santaigne che è quasi la sintesi di tutte le tematiche del libro.
“Saliva le scale lentamente, chiedendosi come Madeleine avrebbe preso la cosa, e il cuore gli batteva forte. Oggi era la terza volta che sentiva quel rombo di motore sotto la camicia, come se ne andasse dalla sua vita. O meglio come se stesse finalmente per incontrarla, la sua vita, per avvicinarla e riconoscerla. Aveva creduto che potesse avvenire nella mansarda con il pianoforte:
-I savi muoiono non meno dei pazzi, Christiane-.
No, decisamente non sarebbe stato lì, ma molto lontano da quella città, nella sua casetta con il rustico e, intorno, la pace dei campi. Sarebbe stato laggiù. Finora si era accontentato di osservarla da lontano, la sua vita, senza poterla mai raggiungere. E si era dannato l’anima per questo!
-E poi sai, tesoro, quando avremo lasciato questa città, non penserò più ad altre che a te!-
-Davvero-
-Si, davvero!-
Ma poichè le aveva nascosto la sua attrazione per Christiane Auberson, allora questo proprio non poteva dirglielo. Era sempre così nella vita, e anche per questo si era tormentato, sempre così: mentiamo di più a chi amiamo di più. E su questo avrebbe potuto interpellare Dio stesso. Perché questa legge? Non capiva proprio lui che avrebbe voluto assomigliare ad una casa di cristallo, in cui gli amici, ma anche i nemici, avrebbero avuto il diritto di guardare”.

Soffermiamoci su alcuni particolari tecnici: la casa di cristallo, riprende come antitesi e soluzione un altro correlativo oggettivo dell’inizio del libro, quello degli armadi bianchi dove tutto si nasconde, così come il rombo di motore che sente impetuoso sotto la camicia sembra corrispondere a quello dell’aereo che non ha mai potuto comprare a causa delle spese per il parto. Ancora una volta, pensieri e stati interiori che animano oggetti quotidiani. Questa che è la grande luce del libro, può esserne anche l’ombra. Non c’è infatti nessuna soluzione nei personaggi di Nuvole tra le Mani, la scrittrice sembra ratificare una resa incondizionata al sistema sociale vigente e sembra a tratti impietosa verso l’incapacità dei personaggi di reagire, criticare, o creare una propria trama di esistenza che li elevi dalla loro frustrazione ed infelicità. Si potrebbe dire che il libro della Rivaz è esistenzialista nello stile ma ancora troppo nichilista nel tema. Seppur nella grande efficacia della struttura narrativa e nel grande valore letterario dell’opera, è lecito porsi la domanda: cosa pensa realmente la Rivaz dei suoi personaggi? O meglio in cosa differisce l’autrice, dal capo ufficio che biasima il lavoro portato a casa solo perché altera le statistiche? Non è forse anche lei un’osservatrice ed una misuratrice attenta dei fallimenti senza remissione dei propri personaggi? Sembra quasi che tutto sia in fondo espresso in quella triste frase da burocrate contabile che risuona sinistra per tutto il libro:
“spese per il parto 150 franchi”

0 commenti: