Non si è mai agnostici abbastanza da non avere almeno un’idea di cosa possa essere il paradiso, è in noi troppo profondo il desiderio di pace e di eternità e a volte ne vediamo dei riflessi fugaci che stentiamo a cogliere sull’istante. Ti capita allora di ricordare una bella giornata di una primavera appena nata, l’aria frizzantina che scende da ponente e si incanala tra i vicoli di Roma, un sole vero che si riflette sulle facciate gioiello di Coppedè, un quartiere che è magico anche per l’occhio più indifferente. Una passeggiata, tranquilla, il passo lento su una dolce salita, Piazza Mincio, l’arco, e poi via Tagliamento, una chiacchierata lenta, a voce bassa, senza l’assillo quotidiano del tempo e delle sue rincorse, argomenti di circostanza: lavoro, ambizioni, progetti, i bambini, tutte scuse per godersi quel sole, quella brezza, l’odore intenso delle magnolie che si arricciavano nei giardini delle ville. E’ questa forse la mia idea di paradiso, una lenta passeggiata, eterna e piacevole, parlata a voce bassa, con tutti quelli che ci sono stati cari. Per sempre. Oppure il paradiso è quella strana leggerezza che ti lasciano certi attacchi di risa puri e semplici, come quando a notte fonda scendemmo da Erice in macchina: tutti dormivano, io guidavo, tu accanto a me avresti dormito volentieri, ma dovevi prenderti cura della vita di tutti, dovevi tenermi sveglio, e parlavi, parlavi, argomenti di ogni genere pur di tenere su le mie palpebre pesanti, fino ad arrivare al calcio: “Hai visto quest’anno che campagna acquisti ha fatto la Lazio?”
“Si”-risposi io-”proprio una notevole campagna acquisti”, ci fu una pausa in questo discorso surreale, mi girai leggermente e continuai:-”Vittorio, maccheccenefrega a noi della Lazio!!”, scoppiamo a ridere in modo irrefrenabile, l’incubo del sonno fu spazzato via e tornammo tutti a casa sani e salvi.
Così voglio ricordarti, è stata davvero una grande cosa, seppur troppo fugace, incontrarti e conoscerti. Ciao.

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