All’inizio è quasi uno schock per la retina impigrita dalla concentrazione sugli oggetti che si muovono agli estremi laterali del campo visivo, concentrazione necessaria per sopravvivere al traffico cittadino ma decisamente poco adatta alle sfumature. È l’assalto cromatico del logo della mia azienda che mi accoglie tutte le mattine all’ingresso dopo che dalla hall con tetto a vetri e giardino sub-tropicale, mi inclino leggermente verso uno dei dieci bracci a stella che si addentrano negli uffici; comincio a distinguere una “N” di un azzurro tenue, poi il grigio titanio della lettera successiva, avanzo sul cinguettio delle mie suole in vibram che sfregano il pavimento in linoleum blu scuro. Il mio corridoio, come tutti i corridoi, è delimitato da una fila di stanze per le riunioni riservate, stanze a vetri, con una banda opaca al centro che parte da circa sessanta centimetri dal pavimento, con una buona fisiognomica delle gambe si può intuire quasi sempre chi si trovi all’interno. Adesso sono a meno di un metro dal logo, è illuminato da alcune luci soffuse immerse tra i granuli di argilla espansa da coltura idroponica che riempiono la fioriera sottostante, proprio sotto la scritta si trovano dei puntini, simili come dimensione, ai dischetti che si usano per le partite di hockey su ghiaccio, si tratta di una trovata dello studio grafico di Chicago che per poche centinaia di migliaia di euro ha disegnato il nostro simbolo, l’occhio mette a fuoco alternativamente la scritta ed i puntini e questo corregge l’errore ottico dovuto alla prospettiva che farebbe apparire storte le lettere guardate a distanza. La fioriera che si trova sotto il logo si appoggia ad una finta parete in cartongesso che lascia intravedere gli inconfondibili simboli dei sevizi igienici: donna con gonnellino trapezoidale a destra, uomo senza torace a sinistra. Piego sulla destra per raggiungere la mia postazione, entro in un open-space, già al mattino si sente quell’inconfondibile e rassicurante odore di componenti elettrici nuovi sottoposti a riscaldamento, l’open space è puntellato da isole costituite da gruppi di tre scrivanie di forma triangolare dai lati smussati e curvilinei, tra esse; dei bracci in alluminio tendono dei separatori semitrasparenti, molto simili a delle zanzariere dalla trama fittissima e sorreggono dei bracci meccanici con delle lampade alogene del tutto simili a quelle dello studio di un dentista. Avorio e titanio dominano la scena, ipotizzando un’esperienza extracorporea che mi facesse fluttuare in alto in posizione ortogonale al pavimento, le isole mi apparirebbero come dei trifogli, dei trifogli gelati dalla brina per via dei colori chiari. Guardando tra le postazioni si nota una delle poche espressioni di affettività presenti in ufficio; sui separatori, appesi con del nastro adesivo dei disegni fatti da bambini. Una lunga, lunghissima, teoria di disegni dei figli che rompono con la bicromia dominante, a dire il vero esistono anche altre manifestazioni, ma il disegno infantile è tipico della casta più alta, man mano che si cambia simbolo, si scende nella scala sociale del microcosmo aziendale, una foto della moglie è ancora tollerabile tra i colletti bianchi, la sciarpa o il gagliardetto della squadra del cuore cominciano già ad indicare una marginalità, avere una foto di gruppo con amici durante un barbecue è un gradino ancora più in basso, la foto di un caro defunto, magari con una frase scritta sotto, è davvero il peggio che si possa ostentare, è una dichiarazione della propria sensibilità primitiva e irrazionale in un mondo dominato da linee chirurgiche. I disegni dei piccoli, probabilmente sovraesposti in una prova troppo difficile per loro, non sono per nulla rassicuranti: gatti dalle espressioni truci, strane forme oblunghe con ipnotici tratti a spirale, mamme deformi. Quasi tutti gli esseri viventi rappresentati hanno un ventre di dimensioni spropositate, che sembra sul punto di esplodere o di inglobare tutto. Alcuni hanno gli stessi disegni da quattro cinque anni, l’ultimo disegno indica chiaramente a che età il povero bambino in questione è stato separato dal mondo spensierato del piacere per essere traghettato a quello misurabile del “dovere”. Mi siedo finalmente, la mia scrivania guarda su una parete di finestre, riesco a vedere chiaramente l’edificio di fronte, normali abitazioni, per lo più occupate da anziani. Collego il mio portatile ai cavi che gli insuffleranno l’alito vitale accendendolo, giro lo sguardo verso un balcone, come al solito vedo un uomo sull’ottantina che contempla orgoglioso lo stato di maturazione di una treccia di meloni appesa vicino ad una parete di frangisole in laterizio rosso, all’improvviso il mio sguardo viene riportato verso il monitor, qualcosa lampeggia, è la finestra della chat: “Hi Good morning!”, è il mio capo, lui sta ad Oxford, mi dice che ha bisogno di una mano per un progetto in Sud Africa e che ha già provato a chiedere aiuto in Israele ma senza successo, mi chiede se ho qualcuno a Bangalore che possa darci una mano per un periodo limitato di tempo, apro un’altra finestra della chat: “Hi Thangaraja how are you?”. Il vecchietto è rientrato, i meloni sono rimasti lì ad inalare la foschia leggera della mattina mentre io sono già dall’altra parte del pianeta.martedì, ottobre 4
La Descrizione di un attimo
All’inizio è quasi uno schock per la retina impigrita dalla concentrazione sugli oggetti che si muovono agli estremi laterali del campo visivo, concentrazione necessaria per sopravvivere al traffico cittadino ma decisamente poco adatta alle sfumature. È l’assalto cromatico del logo della mia azienda che mi accoglie tutte le mattine all’ingresso dopo che dalla hall con tetto a vetri e giardino sub-tropicale, mi inclino leggermente verso uno dei dieci bracci a stella che si addentrano negli uffici; comincio a distinguere una “N” di un azzurro tenue, poi il grigio titanio della lettera successiva, avanzo sul cinguettio delle mie suole in vibram che sfregano il pavimento in linoleum blu scuro. Il mio corridoio, come tutti i corridoi, è delimitato da una fila di stanze per le riunioni riservate, stanze a vetri, con una banda opaca al centro che parte da circa sessanta centimetri dal pavimento, con una buona fisiognomica delle gambe si può intuire quasi sempre chi si trovi all’interno. Adesso sono a meno di un metro dal logo, è illuminato da alcune luci soffuse immerse tra i granuli di argilla espansa da coltura idroponica che riempiono la fioriera sottostante, proprio sotto la scritta si trovano dei puntini, simili come dimensione, ai dischetti che si usano per le partite di hockey su ghiaccio, si tratta di una trovata dello studio grafico di Chicago che per poche centinaia di migliaia di euro ha disegnato il nostro simbolo, l’occhio mette a fuoco alternativamente la scritta ed i puntini e questo corregge l’errore ottico dovuto alla prospettiva che farebbe apparire storte le lettere guardate a distanza. La fioriera che si trova sotto il logo si appoggia ad una finta parete in cartongesso che lascia intravedere gli inconfondibili simboli dei sevizi igienici: donna con gonnellino trapezoidale a destra, uomo senza torace a sinistra. Piego sulla destra per raggiungere la mia postazione, entro in un open-space, già al mattino si sente quell’inconfondibile e rassicurante odore di componenti elettrici nuovi sottoposti a riscaldamento, l’open space è puntellato da isole costituite da gruppi di tre scrivanie di forma triangolare dai lati smussati e curvilinei, tra esse; dei bracci in alluminio tendono dei separatori semitrasparenti, molto simili a delle zanzariere dalla trama fittissima e sorreggono dei bracci meccanici con delle lampade alogene del tutto simili a quelle dello studio di un dentista. Avorio e titanio dominano la scena, ipotizzando un’esperienza extracorporea che mi facesse fluttuare in alto in posizione ortogonale al pavimento, le isole mi apparirebbero come dei trifogli, dei trifogli gelati dalla brina per via dei colori chiari. Guardando tra le postazioni si nota una delle poche espressioni di affettività presenti in ufficio; sui separatori, appesi con del nastro adesivo dei disegni fatti da bambini. Una lunga, lunghissima, teoria di disegni dei figli che rompono con la bicromia dominante, a dire il vero esistono anche altre manifestazioni, ma il disegno infantile è tipico della casta più alta, man mano che si cambia simbolo, si scende nella scala sociale del microcosmo aziendale, una foto della moglie è ancora tollerabile tra i colletti bianchi, la sciarpa o il gagliardetto della squadra del cuore cominciano già ad indicare una marginalità, avere una foto di gruppo con amici durante un barbecue è un gradino ancora più in basso, la foto di un caro defunto, magari con una frase scritta sotto, è davvero il peggio che si possa ostentare, è una dichiarazione della propria sensibilità primitiva e irrazionale in un mondo dominato da linee chirurgiche. I disegni dei piccoli, probabilmente sovraesposti in una prova troppo difficile per loro, non sono per nulla rassicuranti: gatti dalle espressioni truci, strane forme oblunghe con ipnotici tratti a spirale, mamme deformi. Quasi tutti gli esseri viventi rappresentati hanno un ventre di dimensioni spropositate, che sembra sul punto di esplodere o di inglobare tutto. Alcuni hanno gli stessi disegni da quattro cinque anni, l’ultimo disegno indica chiaramente a che età il povero bambino in questione è stato separato dal mondo spensierato del piacere per essere traghettato a quello misurabile del “dovere”. Mi siedo finalmente, la mia scrivania guarda su una parete di finestre, riesco a vedere chiaramente l’edificio di fronte, normali abitazioni, per lo più occupate da anziani. Collego il mio portatile ai cavi che gli insuffleranno l’alito vitale accendendolo, giro lo sguardo verso un balcone, come al solito vedo un uomo sull’ottantina che contempla orgoglioso lo stato di maturazione di una treccia di meloni appesa vicino ad una parete di frangisole in laterizio rosso, all’improvviso il mio sguardo viene riportato verso il monitor, qualcosa lampeggia, è la finestra della chat: “Hi Good morning!”, è il mio capo, lui sta ad Oxford, mi dice che ha bisogno di una mano per un progetto in Sud Africa e che ha già provato a chiedere aiuto in Israele ma senza successo, mi chiede se ho qualcuno a Bangalore che possa darci una mano per un periodo limitato di tempo, apro un’altra finestra della chat: “Hi Thangaraja how are you?”. Il vecchietto è rientrato, i meloni sono rimasti lì ad inalare la foschia leggera della mattina mentre io sono già dall’altra parte del pianeta.
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