martedì, settembre 6

I quattro pilastri del dis-valore aziendale

Gli specialisti di oscillazioni di Borsa hanno un motto fondamentale: “Il mercato sconta tutto”, cioè negli indici, nelle quotazioni delle aziende sono incorporati tutti i fattori produttivi, monetari, politici e psicologici che determinano il valore in quel momento. Cioè per dirla in maniera più semplice, le quotazioni non vengono estratte a sorte da una mente aliena e capricciosa (nonostante in apparenza sia così) e se la borsa perde, perde e ancora perde, dietro c’è sicuramente una ragione.

Lo stesso ragionamento può farsi per l’ossessione cronica di questi giorni concitati, l’assenza di crescita o quantomeno la sua contrazione che adesso sta arivando a lambire persino la Cina. Esistono molte ragioni macro economiche per spiegare il fenomeno ma spesso sono solo pretesti usati a scopo politico (vedi la retorica della pressione fiscale) e si trascura in modo compiacente il mancato apporto della tanto celebrata “economia reale”. Eppure è la cosa più logica, il mercato non cresce perchè le aziende non riescono più ad innovare e a creare valore agli stessi ritmi del passato.
Questo dis-valore aziendale potrebbe trovare una spiegazione nel ribaltamento totale di alcuni principi base del management che nessuno osa mettere in discussione e che vengono applicati in maniera piuttosto cieca sotto la pressione dei grandi gruppi di consulenza e del clima culturale a loro favorevole (sono tendenzialmente contrario a teorie di agenti-esterni e oscuri capri espiatori). Proviamo e vedere questi quattro pilastri e perchè possono influenzare così negativamente l’economia.

Pilastro n.1: La teoria del Valore Aggiunto.
Solo un pazzo oggi potrebbe opporsi alla teoria secondo la quale le aziende devono concentrare il proprio personale su attività a valore aggiunto e non investire in quelle che non fanno parte del core-business, infatti la teoria non è di per se sbagliata ma funziona molto bene su siti produttivi e realtà industriali molto meno valida sulle altre attività; va bene saturare il tempo in una catena logistica da approvvigionamento fino alla produzione, molto meno bene saturare il tempo di un gruppo di progettisti o di manager che devono prendere decisioni strategiche, addirittura malissimo se si applica a realtà quali quelle dell’insegnamento, dell’arte o della medicina.
Questa teoria ha però un enorme successo perchè è numericamente misurabile e quindi la nostra fede razionale ci vieta qualsiasi opposizione. Il risultato è che le grandi aziende seguono ormai perenni piani di ristrutturazione in cui si cerca di ridurre all’osso le ridondanze funzionali e il personale a parità di fatturato, ogni giorno scompaiono impiegati amministrativi e di staff e segretarie, sostituiti da sistemi automatici informatizzati. Il manager di oggi passa la giornata davanti ad un portale per gestire la prenotazione dei propri viaggi, le note spese, le politiche retributive dei suoi collaboratori, l’archiviazione delle loro valutazioni annuali e migliaia di altre micro attività amministrative che ne fanno un burocrate più che un innovatore. Non lasciamoci ingannare dalle perle della new economy: Google, Facebook sono adesso nella parte ascendente della curva, non appena il loro tasso di penetrazione del mercato si appiattirà arriverà immancabilmente qualcuno a mettergli la pulce nell’orecchio dicendo: “guarda che il tuo concorrente usa il 10% delle risorse a parità di fatturato” e inizierà la stagnazione. “Parità” di fatturato è tutto tranne che una spinta alla crescita.

Pilastro n.2: Lavorare per obbiettivi
Altro dogma incontrovertibile figlio della passione per le misurazioni oggettive, come altrimenti potrei valutare le performance di un dipendente se non gli do degli obbiettivi misurabili? Teoria validissima in moltissimi ambiti ma non certamente in tutti. L’effetto perverso di questo pilastro è che le aziende sono piene di autentici mastini degli obbiettivi che si allenano fin dall’università a portare ogni discussione e ogni decisione su delle soluzioni già pre-definite, indipendentemente dal fatto che queste siano valide o totalmente nefaste. Il grosso guaio è che questo tipo di profilo è molto apprezzato e tende a fare carriera più rapidamente, proprio per la misurabilità della propria performance, aggiungono quindi alla loro naturale predisposizione la leva della posizione gerarchica portando sovente le truppe ad una sicura disfatta (e cambiando azienda poco tempo dopo con una ricca liquidazione)

Pilastro n.3 “Remove dependencies!”
Tutte le organizzazioni sono impegnate a rimuovere la dipendenza dei processi e delle attività dalla specifica competenza di un singolo individuo secondo un altro famoso comandamento: “Tutti sono necessari, nessuno è indispensabile” nella speranza di creare un sistema stabile in caso di perturbazione, malattie, dimissioni, assenze di ogni tipo. Questo crea grande frustrazione e provoca uno scadimento del proprio orgoglio professionale, a molte persone si chiede di investire il 15% del proprio tempo a organizzare un sistema che possa fare a meno di lui, demotivazione allo stato puro. Da valutare se la sommatoria di tutte le singole demotivazioni è coperta economicamente dalla capacità dell’azienda di continuare le attività come se nulla fosse se uno dei dipendenti chiave si dovesse ammalare di morbillo (capacità che non si raggiunge mai al 100%)

Pilastro n.4 “La teoria del consumatore razionale”
Segmentazioni, focus group, matrici rischi/opportunità, profilazione del consumatore, sono tutte applicazioni della meccanica classica newtoniana ad un fenomeno, come ad esempio, quello della scelta della fragranza di un assorbente ascellare, che potrebbe forse meglio essere descritto dalla meccanica quantistica. Mi si obbietterà che queste tecniche funzionano ma in gran parte funzionano per un effetto autoalimentante, l’offerta dei prodotti segue le logiche di queste analisi fatte generalmente su base campionaria, per dirla in modo più diretto: è ormai praticamente impossibile procurarsi un bene che non sia figlio di questo tipo di studi, il consumatore viene quindi forzato ad essere razionale, bruciando così enormi potenzialità basate sull’irrazionale (siamo pure sempre la specie che ha creduto a streghe e folletti per secoli)




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